Percorsi alternativi e atipici di produzioni video: video biografie, interviste, docu-fiction, mockumentary e servizi video giornalistici ma soprattutto un grande AMORE per il CINEMA!
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lunedì 21 aprile 2025
Andrea, aka IL MEGA: il volto di 30 anni del cinema underground di Walter Ciusa #walterciusa
Per oltre tre decenni, Andrea – conosciuto da tutti come IL MEGA – ha collaborato con il filmmaker e regista Walter Ciusa, dando vita a un'incredibile serie di video underground. Senza budget, senza limiti, ma con una passione incrollabile a guidarli, hanno esplorato ogni angolo del cinema sperimentale: dal surreale all'assurdo, dall'estremo al demenziale.
IL MEGA è stato molto più di un attore: è stato un complice, un amico e una musa per raccontare storie fuori dagli schemi, dove regole e convenzioni non esistevano. Ogni progetto era un viaggio unico, nato da una visione condivisa e dall'amore per il linguaggio visivo. 🎬✨
In questo video, vi presento Andrea, l'uomo dietro IL MEGA, O il MEGA, l'attore dietro Andrea, con alcuni momenti iconici della sua carriera underground. Scoprite il lato più autentico e creativo di un cinema che vive di pura passione.
#CinemaUnderground #indiefilm #NoBudgetCinema #walterciusa
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#CinemaSenzaRegole #AmiciziaCreativa #CinemaAlternativo
C'ERA UNA VOLTA A BOLOGNA: COM-MEDIA (film no budget a metà tra l'era analogica e quella digitale)
Anni 1995-96, era di passaggio tra il mondo analogico e il digitale!
Il titolo del mediometraggio è COM-MEDIA, una danza surreale di Andrea Toschi tra i MEDIA, in una chiave comico-grottesca. Andrea è la perfetta sintesi tra Woody Allen, Andy Luotto, Roberto Benigni e Marty Feldman. Dotato di uno straordinario talento per il surrealismo, è capace di improvvisare e la sua mimica facciale e il suo essere scoordinato lo aiutano in questa missione cinefila.
"COM-MEDIA" durante l'era analogica si rivelò una produzione affascinante e autoriale. Nonostante i palesi difetti tecnici dell'epoca, con pochi fortunati dotati di centralina di montaggio e la maggioranza che si arrangiava con la sincronizzazione di due videoregistratori, l'espressività di Andrea riusciva a superare tali limitazioni.
Presto una versione restaurata (o rimontata)
#walterciusa #vintage #vintagestyle #vintagefashion #media #medianews #underground #bologna #cinema #video #shorts #shortsvideo #mediaman #manipulation #surrealism #duchamp #commedia #film #mame #mame32 #videogames #anni90 #windows95 #pacman #supermariobros #pulpfiction #edwood #quentintarantino #tv #analogico #digitalevents #sotterranei #gemelli #videoclips
giovedì 11 novembre 2021
ARANCIA MECCANICA, la recensione di un capolavoro ancora attualissimo!
Più il tempo passa più Arancia meccanica appare un film monolito, il totem di un racconto satirico socio-politico che ha fondato un nuovo genere ed è stato riprodotto e imitato. Stanley Kubrick prosegue il non ottimistico apologo di 2001: l’osso utilizzato da una scimmia contro l’altra dà inizio al processo di evoluzione/involuzione. L’idea portante è sottolineare la differenza tra violenza non istituzionalizzata e quella socialmente utile ponendo enfasi ai tentativi di limitare nell’uomo la libertà di scelta.
#aranciameccanica #stanleykubrik #malcommcdowell #clockworkorange #walterciusa #recensioni #cinema #barrylyndon
sabato 6 ottobre 2018
THE HUMAN FILM//the trailer
Dove finisce la realtà e dove inizia la messa in scena?
La finzione cinematografica, il paradosso della realtà
filmica, è tutto giocato su un tacito patto con colui che
guarda. Posso ingannarti (purchè ti abbia opportunamente
informato) con una costruzione narrativa plausibile,
oppure presentarti la realtà così come la macchina da
presa può cogliere direttamente dagli eventi, senza che
questi vengano in qualche modo modificati da chi li
riprende, con la logica e gli stilemi riconoscibili del
documentario.
E’ su questo discrimine incerto che si operano tutte le
falsificazioni possibili, tutte le contraffazioni dei falsi
documentari che nascondono elaborate “messe in scena”;
pur tuttavia il pubblico viene informato su ciò che sta
guardando, fiction o documentario, vero o falso che sia.
L’ambiguità crea disagio qui come non mai.
"The Human Film" è un film ambiguo, spurio, linguisticamente
scorretto perché scompagina con intelligenza le regole più
elementari del patto con lo spettatore.
Presentato come fiction, il film di Ciusa non svela il suo
dispositivo ed elude qualsiasi tipo di informazione sulla storia
o non-storia, sui personaggi e gli interpreti.
Il video, con la sua immediatezza un po’ brutale, talvolta
consente di aprire inusitati canali di senso e di giocare
ambiguamente, come in questo caso, su realtà e fantasia.
Lo hanno fatto i cineasti di Dogma, alla ricerca di uno sguardo
“casto”, non inquinato da effetti speciali e luci aggiuntive,
l’unico artificio ammesso era quello dettato dalla finzione
narrativa, tuttavia anche qui non c’era inganno tra verità e
finzione.
Ma l’ambiguità del film, la sua affascinante scorrettezza, non è
solo costruita sui personaggi ma è soprattutto linguistica, nel suo
giocare con categorie schematiche (fiction e documentario) per
scompaginarne lo schema, senza nel contempo suggerire chiavi
di lettura e di comprensione salvo forse gli eloquenti titoli di coda.
Qualcosa di simile è stata creata da Ciprì & Maresco con cinico-TV,
ma in questo caso saltava subito agli occhi la maestosità della messa
in scena e lo sgangherato realismo degli attori.
Le immagini del film di Ciusa si sottraggono alla logica della fiction,
cercando di negare anche quella del documentario.
Il mondo, come diceva diversi anni fa Piergiorgio Firinu,
è irrappresentabile, ma alcuni cineasti come Ciusa,
pur consapevoli di ciò, continuano inesausti a tracciare con la
loro telecamera le mappe dei propri miraggi come cartografi impazziti.
Gabriele Veggetti (critico cinematografico)
Gabriele Veggetti (critico cinematografico)
domenica 14 dicembre 2014
Sul "Pasolini" di Abel Ferrara con i contributi di Maria de Medeiros, Adriana Asti e Abel Ferrara. By Walter Ciusa
Faccio outing: "non sono andato a vederlo in Anteprima al Festival- troppa ressa-, ma lo stesso mi spingo ad alcune considerazioni sulla bontà o meno dell'operazione". Abel Ferrara è stato uno dei più grandi cineasti viventi nel decennio tra la fine degli anni 80 e la fine dei 90, quando- purtroppo- abbandonò il sodalizio artistico con l'amico sceneggiatore Nicholas St John. Memorabili e di quel periodo ci rimangono: "Il Cattivo Tenente", "Occhi di serpente", "The addiction", "The Funeral", "King of New York". Nel dopo St John forse solo " Mary" e 4:44 Last day on earth, sono films degni di nota.
Spesso di fronte ad operazioni complesse come il "Pasolini" di Ferrara, la critica cinematografica dà giustamente allo spettatore la doppia opzione "Perchè sì/perchè no" e il film del bad boy del Bronx, si presta perfettamente a questo gioco.
Perchè sì: pochi lo ricordano, soprattutto tra i giovani, che al limite ne hanno sentito parlare alla lontana e in maniera confusionaria; e anche pochi registi/scrittori e intellettuali ne omaggiano o citano lo straordinario percorso creativo ed esistenziale del poeta di Casarsa. Mi ricordo ancora la visita di Nanni Moretti alla tomba del Sommo, nella prima parte dell'ottimo "Caro diario". E quindi perchè non conservarne anche solo il ricordo, attraverso il linguaggio breve ed emozionale del cinema, che tanto piace ai giovani, anche solo su quello che Abel definisce "The last day"? E poi c'è anche un cast di attori di rango internazionale.
Perchè no: Pasolini meriterebbe un'intera sezione al Festival con proiezioni dei suoi films, reading letterari, performance, dibattiti. E nessun film, nessun biopic, sarebbe anche lontanamente in grado di raccontare la complessità di questo eroe del 900. Meglio quindi- e qui cito Squitieri- affidarsi ai documenti video da mostrare in ordine cronologico, che ne testimonino le fasi, i suoi molteplici interessi, i cambiamenti. Essere estremamente creativi, come Pasolini (o persino volerlo essere a ogni costo, come notano gli osservatori meno benevoli), e perciò passare da un campo all'altro (dal romanzo al cinema e alla critica sociale, sociologica ed economica), ha un suo costo: quello di seminare di perle (romanzi, poesie, film, documentari, testi teatrali) il proprio cammino ma anche di intuizioni, magari brucianti, ma proprio perché tali, poco organiche e di difficile se non di impossibile interpretazione "postuma". Quindi ribadisco: meglio affidarsi ai documenti.
Adriana Asti al Festival di Venezia 2014 presentando "Pasolini" di Abel Ferrara by Walter Ciusa
Disinvolta, perfino scorretta, in fondo più umana. Adriana Asti è l'anima desnuda del teatro italiano che, influenzata dallo spirito più inquieto (almeno dal punto di vista storico) della rivoluzione culturale del '68, si è fatta più ardita. Attrice teatrale e cinematografica (nonché doppiatrice) ha lasciato che, di tanto in tanto, la sua mano femminile svicolasse decisa persino sul fondoschiena dell'amato cinema europeo, anche se non sempre l'abito e l'atmosfera sono da serata di gala con grandi autori. Un gesto da ruvido West, che deve esserle rimasto appiccicato dopo che tanti registi hanno visto in lei un'interprete grandiosa e travolgente di pellicole che sfioravano l'erotico. Altra storia e altra stoffa, ovviamente. Perché la recitazione davanti alla cinepresa è quanto di più diverso esista da quella di fronte al grande pubblico di un teatro. Ma addosso, e in entrambe le dimensioni, le è rimasta la stessa originalità ironica e molto milanese.
Nata a Milano il 30 aprile 1933, comincia a recitare negli Anni Cinquanta, esclusivamente a teatro, sotto l'ala protettiva di Giorgio Strehler e del suo Piccolo Teatro di Milano. Già nel 1952, recita accanto a Lilla Brignone, Alberto Lupo, Romolo Valli, Tino Buazzelli eTino Carraro in "Elisabetta d'Inghilterra". Seguiranno un gran numero di performances sul palcoscenico, tutte da trattenere il fiato, ma fra le tante si ricordano principalmente: "Questa sera si recita a soggetto" (1962) di e con Vittorio Gassman; "Mito e Libertà" (1962), sempre con Gassmanalla regia; "Le bonnes" (1980) con Manuela Kustermann, "Santa Giovanna" (1984); "Giorni felici" (1985, poi replicato nel 2010); "La locandiera" (1986); "Tre uomini per Amalia" (1988) e "Ferdinando" (2000). Anche se forse la sua più grande interpretazione rimane quella in "Alcool" da lei scritto e interpretato che le fa ottenere i Premi Siae e Duse.
lunedì 11 ottobre 2010
sabato 25 settembre 2010
venerdì 11 dicembre 2009
Incontrando Pasquale Squitieri- by Walter Ciusa
Quando hai davanti un intellettuale sopraffino come Squitieri, che con una semplicità disarmante, attraversa prima la sfera politica, poi il cinema, il Teatro, la Storia, allora saprai che quei 55 minuti di camera-fissa, senza un attimo di pausa, che annoierebbero chiunque con quella mancanza di stacchi, in realta' con lui passano, e ti verrebbe poi voglia di riascoltarlo e riflettere...
La filmografia di Micheal Moore secondo Squitieri: "ininfluente" e il dubbio ti rimane, ma sara' tutto vero?
E "Il Divo"? "Il Divo è un crimine"....
E il Cinema italiano? "Il Cinema italiano è morto perche' non ci sono piu' i generi"
Quando e perche' muore il mercato? "Il mercato muore perche' i registi si fanno corrompere dalla televisione".
"L' unico film che mi è piaciuto di questa mostra è il film di Asia Argento, perche' è un film in evoluzione"
PS: ho creato una playlist, quindi il filmato è visualizzabile senza pause....
La filmografia di Micheal Moore secondo Squitieri: "ininfluente" e il dubbio ti rimane, ma sara' tutto vero?
E "Il Divo"? "Il Divo è un crimine"....
E il Cinema italiano? "Il Cinema italiano è morto perche' non ci sono piu' i generi"
Quando e perche' muore il mercato? "Il mercato muore perche' i registi si fanno corrompere dalla televisione".
"L' unico film che mi è piaciuto di questa mostra è il film di Asia Argento, perche' è un film in evoluzione"
PS: ho creato una playlist, quindi il filmato è visualizzabile senza pause....
domenica 14 ottobre 2007
Squitieri for Tarantino-Venezia Film Festival 2007 (anche se il tifone ce l'ha portato via)
Quentin Tarantino è il grande sponsor globale del cinema italiano di genere, e si deve a lui la spinta per l'allestimento di una sezione speciale tutta dedicata allo "spaghetti western" - espressione inventata in Italia, contrariamente a quanto si crede - in questa mostra del cinema di Venezia.
Il cinema italiano di "serie B" - anche Sergio Leone fu giudicato un autore di "bassa classifica" quando uscì con "Per un pugno di dollari" - ch'è stato elogiato apertamente da un'intera, talentuosa generazione di registi americani, oltre al già citato maestro del "pulp" : Joe Dante, Brian De Palma e Tim Burton, opportunamente premiato "alla carriera" dalle mani del suo attore "feticcio" Johnny Depp, che ha scatenato le isterie di tante donne venute alla passerella del Lido per lui ed anche Richard Gere.
Ci voleva il "tifone Tarantino" per rivalutare lo spaghetti western, con tanti protagonisti presenti al Lido.
Volevamo incontrare Quentin ma un tifone ha impedito il volo aereo per l'Italia, e allora ci siamo consolati parlandone con Pasquale Squitieri - "anfitrione" disponibile e piacevole - che elogia il cinema italiano degli anni '70, rammaricandosi che quella generazione di filmaker italiani "saccheggiata" nelle idee dai coetanei yankees non raggiunse mai i grossi budget ed il cinema commerciale, parte distrutto dall'avvento delle tv berlusconiane nei "fantastici" anni '80, e quel che n'è rimasto è stato colonizzato dall'industri Usa con prodotti talvolta buoni ma altre volte inguardabili.
Ed è sopravvissuta la commedia all'italiana, ormai parodia dei film del boom, becera, replicata oltre ogni buon senso ed incredibilmente rivalutata da certa critica.
Di diversa opinione è stata invece Amanda Sandrelli - giurata del festival - che abbiamo incontrato in autobus : più legata allo sceneggiato e al cinema "tradizionale", apprezza solo "Le iene" e "Pulp fiction", mentre giudica "trash" la produzione successiva ch'è chiaramente legàta al cinema amerikano di genere nelle situazioni e nel ripescaggio di attori di culto.
Ringraziamo la disponibilità dell'attrice nei nostri riguardi, pirati da festival che non siamo altro.
(Bufalo)
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